Di ritorno dal congresso "Obesità: il peso dell'infiammazione" con tante conferme e qualche provocazione

Di ritorno dal congresso "Obesità: il peso dell'infiammazione" con tante conferme e qualche provocazione.

Sono stata venerdì ad un congresso molto interessante: il tema era "Obesità: il peso dell'infiammazione".

Mi piaceva condividere con voi quello che è emerso.

La cosa più importante è che l'obesità non si cura: si tratta.

E si tratta per sempre, perché il nostro corpo legge il dimagrimento come una carestia e fa di tutto per riportarci al punto di partenza. Come disse una mia paziente: "ma allora dottorè, fine pena mai".

Ma c'è molto di più sotto la superficie del peso sulla bilancia.

L'obesità è infiammazione cronica silenziosa. L'insulino-resistenza blocca le cellule staminali e i linfociti T, innescando un'infiammazione di basso grado che non dà sintomi evidenti ma induce un danno progressivo silente su diversi organi: tiroide, cuore, reni, ormoni. Per questo nello screening del paziente con obesità dovremmo sempre inserire marcatori dell'infiammazione silente come la PCR ad alta sensibilità, la VES e la ferritina.

Il tessuto adiposo è a tutti gli effetti un organo endocrino: produce sostanze che influenzano il metabolismo epatico, la funzione cardiaca, la risposta immunitaria. Quando gli adipociti si ingrossano oltre la loro capacità, vanno in sofferenza, si necrotizzano, e i macrofagi li circondano formando le cosiddette "crown-like structures" — corone infiammatorie che amplificano il danno sistemico.

Un aspetto importante che è emerso è stato quanto il microbiota intestinale influenza la fame, la risposta ai farmaci e lo stato infiammatorio. L'eubiosi è alla base della salute metabolica, e la si può sostenere concretamente con fibre da verdure, legumi e cereali integrali, riduzione dello stress cronico. Le proteine isolate del siero del latte (le whey protein), dalle evidenze presentate al congresso, sembrano particolarmente efficaci nel favorire le specie batteriche antinfiammatorie.

I farmaci (tirzepatide e semaglutide) non si limitano a ridurre l'appetito: modulano lo stress, possono stimolare l'ormone della crescita (che nell'adulto serve a mantenere i muscoli e a bruciare il grasso),hanno recettori sul muscolo cardiaco e riducono la placca aterosclerotica attraverso un'azione antinfiammatoria diretta.

I grandi studi clinici internazionali su questi farmaci (quelli su cui si basano le approvazioni e le linee guida), si limitano a prescrivere ai partecipanti una generica "dieta ipocalorica" senza specificare composizione, qualità degli alimenti o rapporti tra macronutrienti. Solo 2 studi su 41 hanno valutato cosa mangiavano i partecipanti.

C'è poi il problema della massa magra. Quando si perde peso, una parte di quello che se ne va è muscolo (di solito ¼ del peso perso). Senza una strategia nutrizionale adeguata e senza attività fisica, questa percentuale può aumentare.

Al congresso si è parlato anche di determinanti sociali della salute, aspetto fondamentale spesso trascurato.

La predisposizione genetica all'obesità è significativa, gli studi su gemelli la stimano tra il 40 e il 70% della variabilità del BMI. La predisposizione non vuol dire che obbligatoriamente debba accadere: quei geni si esprimono o restano silenti a seconda del contesto in cui una persona vive. Il reddito, il quartiere, l'accesso al cibo fresco, lo stress cronico legato al lavoro o alla sua mancanza, l'isolamento sociale; sono questi i fattori che decidono se una predisposizione diventa malattia, e sono gli unici su cui possiamo davvero intervenire.

Il modello Rainbow di Dahlgren-Whitehead, presentato al congresso, lo mostra bene: la persona è al centro con i suoi geni, ma intorno ci sono cerchi concentrici di fattori sempre più grandi che sono gli stili di vita, le reti sociali, le condizioni di lavoro e di abitazione, le politiche economiche. Guardandoli tutti insieme, è evidente che nel paziente con obesità il problema non è la forza di volontà o la pigrizia.

Chi non ha accesso a cibo fresco, chi lavora su turni e non ha tempo di cucinare, chi è solo e ha perso la motivazione di occuparsi di sé ha molte più probabilità di ammalarsi di obesità rispetto a chi può scegliere cosa mangiare e ha il tempo per farlo. Sono fattori documentati dalla letteratura, non opinioni. E né il sistema sanitario né le politiche sociali per ora ne tengono abbastanza conto.

L'obesità è una malattia cronica, metabolica, infiammatoria e sociale. Non basta un farmaco. Serve un approccio che integri nutrizione di qualità, attività fisica e comprensione dei meccanismi profondi.

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